La perdurante condizione
pandemica del nostro paese ha incrementato il ricorso a mezzi di comunicazione digitali
da remoto per ovviare ai vari divieti esistenti. E tutto un collegarsi in video
utilizzando le più disparate piattaforme digitali. Anche l’ambiente forense,
largamente impreparato, è stato investito da questa novità e l’emergenza ha
costretto i più ad adeguarsi rapidamente alle mutate condizioni di lavoro e,
soprattutto, ha evidenziato l’attenzione posta, più che alla qualità del collegamento, alla scelta dello sfondo da utilizzare per la propria postazione
di lavoro.
A distanza di circa un anno dall’inizio della
pandemia è possibile abbozzare una prima classificazione delle varie tipologie
umane che si sono create nella categoria in base allo sfondo utilizzato.
Il distratto. Un classico
è quello di utilizzare la libreria di casa o dello studio come fondale. Peccato che a volte la libreria si trovi in un’altra stanza
rispetto a quella dalla quale ci si sta connettendo per cui il collegamento ci
riserva delle splendide panoramiche dell’intero ambiente, magari con tanto di irruzione
nell’inquadratura del gatto casalingo o passaggio di qualche distratto.
L’istituzionale. Alcuni
colleghi hanno la fortuna di essere avvocati di seconda o terza generazione, figli
o nipoti di professionisti affermati che proseguono l’attività dei loro avi,
per cui possono permettersi di utilizzare come sfondo studi
arredati con mobili e scrivanie di pesante legno lucido e scuro, e librerie
imponenti cariche di volumi rilegati in pelle si spera non umana, che in video
fanno sempre la loro porca figura. In questi casi più che ad un incontro di
lavoro sembra di partecipare in prima fila al messaggio di fine d’anno del
Presidente della Repubblica alla nazione.
Il cenerentolo. Un
avvocato che si collega in rete dal magazzino delle scope francamente non
riesco a concepirlo. Va bene che la postazione del computer è stata messa lì
per evitare di creare disordine nella stanza dove si ricevono i clienti e per
favorire la concentrazione quando si scrivono gli atti però collegarsi avendo
alle spalle degli scaffali di metallo grigi pieni pratiche archiviate e
polverose non è decisamente il massimo. Sembra di parlare con un bambino discolo
messo in punizione da una mamma snaturata per le sue marachelle.
Il casalingo. C’è poi chi
approfitta del momento per lavorare da casa collegandosi dal tinello utilizzando
come fondale alle proprie spalle la vetrinetta con ninnoli del matrimonio, e
magari anche quelli della prima comunione, e appeso al muro l’eterno quadretto del
vecchietto col viso rubicondo che fuma la pipa. Il tutto corredato dall’illuminazione
fioca di una lampadina a incandescenza dal deprimente colore giallastro
Nomade digitale. È il
collega che più apprezza questo nuova modalità di esercizio della professione
e, in particolare, la possibilità di connettersi da remoto in mobilità per
partecipare alle udienze. Solitamente utilizza lo smartphone per collegarsi mentre
è alla guida dell’auto e percorre le vie trafficate nel centro città rischiando
di investire i pedoni che attraversano la strada, frenando all’ultimo momento
ad ogni incrocio per evitare l’incidente e aggiornando il proprio interlocutore
in tempo reale sulle condizioni del traffico.
Imbranato digitale. Sono
i colleghi che utilizzano, senza saperlo fare, i mezzi che la tecnologia offre
per collegarsi in mobilità come i più esperti. Si riconoscono dal fatto che
hanno la tendenza a posizionare il proprio cellulare sul cruscotto dell’auto in
movimento per garantirsi al miglior inquadratura mentre sono al volante;
cellulare che ad ogni frenata o ad ogni buca tende, inevitabilmente, a scivolare
in terra inquadrando nella caduta il tetto dell’autovettura e causando 1 infarto
all’interlocutore che immagina un incidente mortale.
“Lo vuoi un caffè?” -
Chiede quello
“E come faccio a berlo se
siamo in collegamento da remoto?” - Risponde l’altro
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