Il Palazzo di Giustizia
dall’esterno è sempre lo stesso.
Un paio di parallelepipedi di cemento, metallo
e vetro combinati insieme, ampie vetrate sulla facciata principale, la statua
della Minerva che troneggia nel piazzale e, con sguardo truce, sorveglia quelli
che attraversano lo striminzito giardinetto e il parcheggio interno.
Una volta varcato l’ingresso
presidiato, non più da militi dell’Arma alle soglie della pensione, ma da
guardie private che ti ricordano, gentilissime, ogni volta che l’ascensore per
i piani superiori non è stato ancora sostituito e, implicitamente, ti fanno
capire che lo prendi a tuo rischio e pericolo, però è come essere entrati in
una scatola vuota.
I corridoi sono sempre gli
stessi. Ampi, spaziosi, delimitati da un lato dalle porte degli uffici, quasi sempre
chiuse, mentre dall’altro ci sono le porte delle aule di udienza deserte
presidiate da solitari giudici in compagnia di spauriti cancellieri che quasi ti
pregano di non lasciarli soli.
Nel corridoio un solitario
collega rilegge i suoi atti e da come si guarda intorno sembra si stia
chiedendo dove siano finiti tutti quanti.
Nel corridoio al pianterreno una
volta affollatissimo, i banchi di esposizione dei librai sono chiusi. Non c’è
nessuno in agguato pronto a proporti l’ennesimo, indispensabile, tomo sul sesso
degli angeli ad un prezzo stracciato. Dietro le vetrine serrate degli
incustoditi scaffali si intravedono libri che ti chiedono solo di essere
liberati dalla loro prigionia.
Nel cortile dei fumatori spettrali
figure si aggirano guardinghe nello spazio che le circonda accecate dalla luce
alla vana ricerca di qualcuno con cui scambiare due parole.
Nel bar già dall’ingresso si ha
un’ampia panoramica del bancone senza la necessità di essersi prima aperti un
varco a gomitate nella calca ululante di avvocati di ogni sesso ed età che si
spintonavano e sgambettavano per ordinare, consumare velocemente e tornare in
aula a terminare l’udienza come un tempo. Anche i baristi hanno un’aria
rilassata, quasi serena, e non più quella incazzata di chi spende un sacco di
soldi dall’analista per capire come fare a rilassarsi a fine giornata dopo aver
servito centinaia di caffè.
La signora alla cassa, come al solito, non
sorride e con la consueta efficienza teutonica batte gli scontrini delle
ordinazioni, con l’aria annoiata e un filo stupita da tanta silenziosa
tranquillità.
È possibile anche apprezzare la vastità
del locale nel quale si attardano solo pochi avventori e non più alcune centinaia
di indemoniati ululanti come ossessi, immersi in una cacofonia assordante di suoni,
voci e rumore di stoviglie e di deliranti ordinazioni - “ un decaffeinato amaro; un caffè macchiato ma non troppo; un cappuccino
con la schiuma e un cornetto integrale ma con tanta crema; un cappuccino senza
schiuma con un cornetto senza zucchero che sono a dieta; un caffè bollente in
tazza fredda; un caffè bollente senza la tazza…”.
E finita l’epoca dei corpo a
corpo per conquistare la tazza di caffè e il cornetto di metà mattinata, dei
pettegolezzi scambiati senza pudore ad alta voce su clienti e colleghi, dei
consigli e dei pareri non richiesti generosamente elargiti, delle occhiate (i
maschietti) fintamente distratte alle gambe di qualche bella collega e dei
commenti (le femminucce) rigorosamente sottovoce sull’ultimo praticante
palestrato.
È iniziata un’epoca fatta di
silenzi e di vuoto, di caffè solitari e silenziosi, di assenze…
Per chi non lo avesse ancora
capito siamo nel pieno di una rivoluzione epocale, siamo nell’era del digitale nella
quale le nostre vite sono sempre più immateriali, virtuali, eteree… Sempre più
nelle mani del Musk di turno che può farne quello che vuole a suo piacimento.
Sotto tanti aspetti si tratta di
una rivoluzione che migliora il nostro modo di lavorare, le nostre prestazioni
ed evita di perdere tempo ed un sacco di fatica fisica ma alla fine si tratta
di una rivoluzione che finisce per isolarci sempre più invece che di
riavvicinarci.
Non ricordo più da quanto tempo non
incontro un collega di persona e non tramite lo schermo di un computer, da
quanto tempo non scambio due chiacchiere con un amico invece di scrivergli
sciatte PEC.
Anni fa, quando nei corridoi del Tribunale,
apparvero i primi chioschi informatici nei quali era possibile, utilizzando
macchine antidiluviane recuperate chissà dove, consultare i registri dei
depositi e le date di udienza, tutti salutammo questa novità come l’inizio di
una nuova era che ci avrebbe consentito di risparmiare tempo che magari avremmo
utilizzare in maniera più utile se non addirittura più piacevole.
Oggi che comodamente seduti in
studio digitiamo sulla tastiera le nostre richieste utilizzando software
scritti da ingegneri informatici digiuni di vita forense e riceviamo risposte
inviate da cancellieri dei quali non ricordiamo più le facce, non possiamo
negare che a volte ci prende una improvvisa malinconia ripensando alla caotica
giornata tribunalizia di un tempo.
Non negate che anche voi qualche
volta vi augurate che gli atti che state inviando telematicamente non arrivino
al destinatario per avere l’occasione di chiamare direttamente la Cancelleria
di turno per lamentarvi con qualcuno in carne ed ossa e avere così l’occasione
di riprendere i contatti con gente che non vediamo da tempo.
Siamo nell’era del linguaggio
binario che favorisce chi ha poco da dire e, ancor più, chi non ha proprio nulla
da dire e che mal si concilia con una professione nella quale, invece, la
parola, scritta o orale, con i suoi significati e le sue sfumature, ha sempre
avuto un peso fondamentale.
Non manca molto ormai che la
famosa “colleganza”, parola che racchiude in sé non solo la correttezza in aula
e nei rapporti professionali ma anche il caffè inteso come momento di scambio,
di confronto, di conoscenza, sarà abolita definitivamente nel nostro agire
quotidiano e potremo così salutarci definitivamente senza provare alcuna
nostalgia.
“Lo vuoi un caffè?” - chiede quello.
“Alla memoria” - risponde
l’altro.