lunedì 7 giugno 2021

Lo vuoi un caffè? 489 -IN GINOCCHIO DA TE…

 


Appare nel vano della porta come la versione femminile dell’omino della Michelin a stento contenuta dai vestiti tesi allo spasimo, sempre sul punto di lacerarsi.

Caracolla pesantemente verso la scrivania zoppicando vistosamente, tutta sbuffante e paonazza in viso e si accascia a peso morto sulla sedia che geme dolorosamente ma in qualche modo resiste.

L’espressione sul viso non lascia presagire niente di buono e conoscendo la capacità di lamentela infinita della signora X e considerando il tempo trascorso dall’ultima volta che è venuta in studio non ci vuol molto a concludere che sarà un lungo pomeriggio di passione nel quale bisognerà dar fondo a tutte le riserve di pazienza disponibili.

Mi arrocco dietro la maschera di un severo atteggiamento professionale sperando di cavarmela.

“Come va signora?” – le chiedo per rompere il ghiaccio.

“Non sto bene” - comincia lei incredula quasi per il fatto di poter finalmente dare sfogo alle sue geremiadi - “Non riesco più a lavorare, non riesco più a vestirmi da sola, non posso fare più tutta una serie di movimenti” e conclude con un apodittico: “Non sono più quella di una volta”.

Ora mi perdonerete l’assoluta mancanza di bon-ton e, magari, mi accuserete anche di sessismo come va di moda ultimamente però lo devo dire: la signora non è mai stata la copia, neppur malfatta, di Monica Bellucci piuttosto, se devo pensare ad un “prima” della signora mi viene in mente solo un mobiletto dell’Ikea montato male o la versione ridotta di un dirigibile.

Fortunatamente non si accorge del mio attimo di mancamento, leggasi di ridarella a stento trattenuta, e continua imperterrita: “Avvocato non riesco più a piegarmi in avanti. Se non mi crede le faccio vedere… Se faccio cadere un foglio di carta per terra non riesco più a raccoglierlo”.

Sento il sangue defluire dal mio volto e cerco di dissuaderla dal darmi  dimostrazioni pratiche circa le  limitazioni fisiche mentre l'immagine della signora bloccata in una posizione equivoca al centro del mio studio mi crea indubbiamente non pochi disagi.

 “Neanche se mi metto in ginocchio poi riesco più alzarmi. Vuole vedere?” - continua imperterrita e mentre, come la vita ad uno che sta per morire passa intera davanti a gli occhi, a me passano davanti agli occhi i numeri telefonici di emergenza della Croce Rossa, del Pronto Soccorso e dei Vigili del Fuoco senza, però, riuscire a decidere chi chiamare nel caso dovesse bloccarsi in quest’altra posizione altrettanto equivoca della prima e occorresse chiedere soccorso.

Mentre cerco una via di fuga da questa situazione mi pare di vedere come in un incubo la faccia violacea a causa delle risate a stento trattenute del mio collega di studio, d’ora in avanti simpaticamente indicato come il “merdaccia”, con quale divido la titolarità della pratica della signora, ma non degli oneri derivanti, galleggiare nell’aria alle sue spalle.

Credo dovrò rivedere al più presto i criteri di ripartizione degli utili per certe situazioni introducendo una voce nel tariffario del tipo: “Indennità di sopportazione” o, meglio, una “indennità di sopravvivenza”.

Anche del collega ovviamente…

Maledetto…

 

“Lo vuoi un caffè?” - chiede quello

“Versalo in un bicchiere di whisky” - risponde l’altro

 

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