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Viva l’Italia antifascista.Il 25 Aprile
non è una data come le altre. È la frattura, lo strappo, il momento in cui
l’Italia ha smesso di essere una caserma e ha cominciato, faticosamente, a
diventare un paese. Ottant’anni dopo lo dico con la voce ferma di chi non ha
bisogno di alzarla: oggi è festa. Festa nostra. Festa di chi sta dalla parte
giusta della storia, e ci sta senza vergogna, senza quella malattia tutta
italiana del dover sempre giustificare la propria libertà davanti a chi
vorrebbe togliercela. Stamattina, mentre prendevo il caffè, pensavo ai balconi
addobbati di tricolori, alle bandiere che stasera sventoleranno nelle piazze,
alle voci che canteranno. Pensavo che la storia degli uomini è sempre la storia
di chi vince e di chi viene sconfitto. Le sconfitte però non sono tutte uguali.
Esistono sconfitte che diventano lezioni, e sconfitte che diventano rancori. I
fascisti italiani hanno scelto la seconda strada. Erano sconfitti il 25 aprile
1945, vinti militarmente, vinti politicamente, vinti moralmente. Eppure quella
sconfitta non l’hanno mai accettata. L’hanno digerita male per ottant’anni,
l’hanno trasformata in un grumo nero che ogni anno, puntuale, viene fuori sotto
forma di distinguo, di paragoni indecenti, di equiparazioni vergognose.
Dopo la guerra li abbiamo perdonati.Non fu una grazia distratta, fu un calcolo
politico, una scelta di pacificazione che oggi paghiamo cara. Amnistia
Togliatti del ’46, e via, tutti a casa, tutti reintegrati, tutti pronti a
rimettersi in fila come se niente fosse stato. Gli abbiamo tolto il moschetto e
gli abbiamo messo il doppio petto. Li abbiamo lasciati entrare in parlamento,
sedere sugli scranni accanto a chi nei campi era stato deportato, accanto ai
partigiani, accanto ai figli dei fucilati. È una cosa che, a pensarci davvero,
ti gira la testa. Una rimozione collettiva, un trauma sepolto vivo.Le rimozioni
si sa, prima o poi tornano.Tornano sempre.Tornano travestite, tornano col
linguaggio nuovo, tornano con la cravatta buona e il sorriso televisivo, ma
tornano.Ottant’anni dopo, con un governo che ha radici precise, che viene da
una storia precisa, che quella storia non l’ha mai davvero ripudiata, l’ha solo
messa in soffitta per le occasioni ufficiali. Adesso che sta in soffitta da
troppo tempo, qualcuno la rivuole giù. Il 25 aprile gli rode. Gli rode perché è
la prova vivente che furono sconfitti, e nessuno ama essere ricordato come perdente.Allora
che cosa fanno? Provano a sminuirlo. Provano a confonderlo. Gli affiancano le
foibe, come se il dolore degli uni cancellasse la responsabilità degli altri.
Gli affiancano i martiri di Salò, parola che mi fa ancora male a pronunciare,
perché chiamare martiri quelli che spararono ai partigiani, quelli che
consegnarono gli ebrei ai treni, è un’offesa al dizionario prima ancora che
alla storia. Qualcuno ha scritto che chi controlla il passato controlla il
futuro. È una verità che ti resta addosso, di quelle che non si lavano via. Per
questo si combatte sulla memoria. Per questo ogni 25 aprile diventa una piccola
guerra civile fatta di parole, di omissioni, di equiparazioni furbette.Chi
riesce a far credere che fascismo e antifascismo siano “due eccessi opposti”,
chi riesce a piazzare quel sublime “ma anche” nei discorsi ufficiali, ha già
vinto metà della battaglia.Ti sta togliendo le coordinate morali sotto i piedi,
e tu nemmeno te ne accorgi. Ti svegli una mattina e scopri che la bussola segna
il sud al posto del nord. Il 25 Aprile non è una festa di parte.È la festa
fondativa della Repubblica. Non la breccia di Porta Pia, non le guerre
risorgimentali, non l’unità d’Italia fatta dai Savoia con il sangue dei
meridionali.L’Italia vera, quella in cui viviamo, quella della Costituzione,
quella dove possiamo scrivere e parlare e dissentire, nasce il 25 aprile.Tutto
il resto è prologo.Tutto il resto è preparazione.La pienezza è arrivata quando
i partigiani sono scesi dalle montagne e hanno detto basta. Basta camicie nere,
basta saluti romani, basta leggi razziali, basta olio di ricino, basta
manganelli. Basta. Chi subisce un trauma e non lo elabora finisce per ripeterlo.
L’Italia non ha elaborato il fascismo. L’ha solo messo via, sepolto in fondo a
un cassetto >Adesso che la generazione dei testimoni
diretti se ne va, adesso che i nipoti dei nipoti governano, il trauma rimosso
bussa alla porta e chiede di rientrare. Si presenta con la faccia rispettabile
della “riforma costituzionale”, del “premierato”, della “separazione delle
carriere”, del “decidiamo noi che abbiamo vinto le elezioni”. Frasi che
sembrano tecniche, e invece sono politiche fino all’osso. Sono il modo educato
di dire: ottant’anni di silenzio ci autorizzano. Ora tocca a noi. Ora cambiamo
le regole. Nessuno vi autorizza.La Costituzione non è vostra. Non è di
chi vince le elezioni, non è di una maggioranza parlamentare contingente, non è
il giocattolo del momento. È il patto. È quel pezzo di carta scritto da chi era
stato in galera per anni sotto il regime, da chi aveva combattuto sui monti, da
chi era tornato dai lager con gli occhi che non si chiudevano più. È scritto
col sangue di chi non c’è più, e si modifica con prudenza, con larghe
maggioranze, con rispetto.Non a colpi di voti risicati e ammuina notturna. Non
con la furbizia di chi pensa di aver trovato la finestra aperta in casa d’altri.
Stasera, quando sentirò Bella ciao da qualche balcone, mi commuoverò. Mi
commuovo sempre, anche se mi vergogno un po’ a dirlo perché sembra retorica, e
la retorica la odio. Eppure è la verità. Mi commuovo perché penso a mia nonna
che la cantava in cucina mentre lavava i piatti, a mio nonno che del fascismo
non parlava mai e quando parlava aveva gli occhi diversi, occhi che sembravano
guardare un posto dove io non potevo entrare. Penso a tutti quelli che non ci
sono più e che ci hanno permesso di esserci. Penso ai diciottenni morti su una
montagna del nord per qualcosa che non avrebbero mai visto realizzato.;Oggi è 25 Aprile. Viva l’Italia.Viva l’Italia
repubblicana. Viva l’Italia antifascista. A chi non riesce a dirlo, a chi
balbetta, a chi cerca scuse, a chi mette i ma e i però: il problema non è
nostro.È vostro.
>È sempre stato vostro.
E lo sarà ancora a lungo
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