lunedì 23 luglio 2018

Lo vuoi un caffè? #434-Palla lunga e pedalare



Tarda mattinata un giorno di inizio estate di qualche anno fa.
L’aria è ancora fresca e sul balcone dello studio si sta bene.
Io e la mia collega ci siamo presi una breve pausa dal lavoro, oggi non avevano udienza e il capo é fuori  e quindi siamo molto più rilassati del solito.
La collega ne approfitta per fumare un’altra delle sue sigarette malgrado i miei continui inviti a smettere.
Lo stradone sul quale si affaccia lo studio é poco frequentato a quest’ora della mattinata, anche il traffico si è diradato moltissimo.
C’è solo un rumore di fondo sommesso che concilia, ovviamente, il rilassarsi. Ce ne stiamo così senza parlare a rilassarsi.
All’improvviso un rumore come di qualcosa che rotola non riusciamo a capire, anche la gente per strada si guarda intorno cercando di capire da dove viene.
Ed ecco che appare, elegante nel suo completo di lavoro tre pezzi, la cartella ben salda sulla spalla, capelli lunghi al vento, occhiali da sole aerodinamici, che pedala sul suo monopattino al centro della strada, preceduto da una zona di silenzio.
Così com’è apparso scompare lasciando tutti a chiedersi se lo hanno visto davvero oppure no.
La cenere della sigaretta cade giù lentamente.
Io e la collega ci guardiamo in faccia in silenzio.
“Forse lo fa per risparmiare sul parcheggio”- è la cosa più intelligente che riesco a dire.

“Lo vuoi un caffè?”- chiede quello
“Forse meglio qualcosa di fresco”- risponde l’altro.

lunedì 16 luglio 2018

Lo vuoi un caffè? #433-Elevator going up!

                                          Arzach foto

Lunedì mattina.
Sono in attesa che l’ascensore si decida che è giunto il momento di fermarsi al mio piano.
Lo scatolone malandato della cabina continua imperterrito a vagare tra un piano e l’altro senza decidersi a scegliere quando fermarsi al pianterreno.
Finalmente, dopo un quarto d’ora di paziente attesa, il vetusto apparecchio decide che è arrivato il mio momento e mi spalanca le porte.
Entro.
Stranamente non c’è nessuno all’interno, normalmente la densità per metro quadro è tale da permetterle di rivaleggiare con Calcutta. Oggi, invece, ci sono solo io. E pertanto mi posso godere lo spettacolo dei fori delle viti dai quali è possibile vedere chi sale le scale, muti testimoni di quanto la macchina abbia bisogno di manutenzione.
La cabina si ferma al primo piano.
Entra un collega magro, sudaticcio, vestito di scuro con la faccia preoccupata.
Lo saluto ma lui non ricambia neanche il mio cenno di saluto.
L’ascensore riparte e si ferma al secondo piano, seconda stazione di una via crucis alla quale ormai siamo abituati.
Entrano due agenti della polizia penitenziaria che subito si pongono al fianco del collega, il quale mi guarda preoccupato.
Finalmente arriviamo alla mia destinazione, il quarto piano, scendo e guardandomi indietro vedo il collega stretto tra i due poliziotti  come se fosse un detenuto in attesa di essere condotto in carcere.
E di fronte a questa scena non riesco a trattenermi dall’augurargli buona fortuna.
Così impara, il maleducato.

.
 "Lo vuoi un caffè?”-chiede quello
"Veramente preferirei una spremuta di arance”-risponde l’altro

Lo vuoi un caffè? #432- Where is the toilet?



Qualche giorno fa è venuto a trovarmi il mio collega che non vedevo da un po’ di tempo.
Esauriti i convenevoli abbiamo cominciato a parlare, come sempre accade tra avvocati, di giudici, sentenze, colleghi come fossimo due avventori del bar dello sport intenti a discutere delle rispettive squadre o dei risultati dell’ultima domenica calcistica.
Inevitabilmente il discorso è finito, nella sua fase dedicata alle lamentazioni e al pessimismo, sullo stato pietoso nel quale versa la giustizia in questo paese a cominciare dalla edilizia giuridica-il campo profughi davanti al tribunale penale non è ancora stato martellato mentre il nuovo Ministro ha affittato per 7 milioni di euro un palazzo che solo un mese fa lo Stato ha venduto ad un privato per quattro. 
L’unica cosa positiva è l’informatizzazione di parte nel processo civile che evita di andare in Tribunale  ad ogni piè sospinto.
G. non è molto convinto.
“Solo chi vive quotidianamente il tribunale”-dice “si rende conto davvero di quelli che sono i problemi che si incontrano ogni giorno. L’informatizzazione va bene però manca lo spazio per gli uffici. L’altro giorno infatti sono andato nella cancelleria della sezione X e ho chiesto di prendere visione di un mio fascicolo. La cancelliera mi ha guardato in faccia, ci ha pensato un attimo, e mi ha detto: “ho capito sono quelli che abbiamo messo in bagno”. Di fronte alla mia faccia sorpresa la tipa ha precisato che non avevano più spazio in ufficio e si sono ricordati che esisteva questo bagnetto che nessuno di loro utilizzava e quindi li hanno archiviati lì dentro.”
“E?”-Chiedo io, ingenuo come al solito.
“e adesso speriamo che nessuno utilizzi i miei atti per pulirsi il culo. Data la cronica mancanza di carta igienica nei bagni del tribunale.”-Risponde lui rassegnato.

“Lo vuoi un caffè?”-Chiede quello
si un attimo solo che devo andare in bagno”-risponde l’altro

lunedì 18 giugno 2018

Musica-Com'è profondo il mare-Lucio Dalla


Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte

per paura degli automobilisti, dei linotipisti

siamo gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri,
e non abbiamo da mangiare, 
come è profondo il mare,
come è profondo il mare.

Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di fagiani
caccia via queste mosche che non mi fanno dormire,
che mi fanno arrabbiare,
come è profondo il mare, 
come è profondo il mare.

E` inutile non c'è più lavoro, non c'è più decoro
Dio o chi per lui sta cercando di dividerci,
di farci del male, di farci annegare, 
come è profondo il mare 
come è profondo il mare.

Con la forza di un ricatto l'uomo divento qualcuno,
resuscito anche i morti, spalancò prigioni, 
bloccò sei treni con relativi vagoni,
innalzo per un attimo il povero a un ruolo difficile da mantenere, 
poi lo lasciò cadere a piangere e a urlare 
solo in mezzo al mare,
come è profondo il mare.

Poi da solo l'urlo divento un tamburo 
e il povero, come un lampo, nel cielo sicuro,
comincio una guerra per conquistare 
quello scherzo di terra
che il suo grande cuore doveva coltivare,
come è profondo il mare
come è profondo il mare.

Ma la terra gli fu portata via compresa quella rimasta addosso
fu scaraventato in un palazzo o in un fosso, non ricordo bene,
poi una storia di catene, bastonate 
e chirurgia sperimentale.
Come è profondo il mare, 
come è profondo il mare.

Intanto un mistico, forse un aviatore, scoprì la commozione
che rimise d'accordo tutti, i belli con i brutti,
con qualche danno per i brutti che si videro consegnare
un pezzo di specchio così da potersi guardare,
come è profondo il mare, 
come è profondo il mare.

Frattanto i pesci, dai quali discendiamo tutti,
assistettero curiosi, al dramma collettivo 
di questo mondo che a loro indubbiamente 
doveva sembrare cattivo
e cominciarono a pensare, nel loro grande mare,
come è profondo il mare.
Nel loro grande mare, 
come è profondo il mare.

E` chiaro che il pensiero dà fastidio 
anche se chi pensa è muto come un pesce
anzi è un pesce e come pesce 
è difficile da bloccare
perchè lo protegge il mare, 
come è profondo il mare.

Certo chi comanda non è disposto a fare distinzioni poetiche
il pensiero è come l'oceano,
non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare.
Così stanno bruciando il mare,
così stanno uccidendo il mare
così stanno umiliando il mare,
così stanno piegando il mare.
Com'è profondo il mare
Lucio Dalla- 1977

lunedì 11 giugno 2018

Lo vuoi un caffè? #431-Refugee camp



Ho visto cose nella mia carriera professionale di nuovi comuni mortali non potreste nemmeno immaginare…
Inevitabilmente di fronte a certi spettacoli la mente corre al famoso monologo cinematografico.
Le tende sono quelle che normalmente vengono utilizzate in caso di calamità naturali come terremoti, inondazioni e calamità varie assortite. Del resto la tendopoli è stata installata dalla protezione civile su richiesta del Sindaco di Bari per far fronte a una situazione divenuta oramai non più sostenibile.
La sezione penale del Tribunale ,infatti, era alloggiata in un palazzo di nuova costruzione, posto dinanzi al cimitero monumentale su una strada che tutti dicono portar sfortuna, che  aveva cominciato a cedere sin da subito.
Le crepe nella muratura e nei corridoi erano già talmente grandi che qualche tempo fa i magistrati avevano provveduto a sequestrare da soli il loro posto di lavoro circondando l’intero edificio con lunghe strisce di  nastri di plastica bianchi e rossi e provveduto ad affiggere cartelli di avviso di immobile sotto sequestro delle autorità giudiziarie.
Poi c’è stata la polemica sui pannelli in cartone che costituivano la muratura delle camere di sicurezza nelle quali erano custoditi i detenuti in attesa di giudizio che, comodamente, poterono ascoltare i testimoni a loro carico e minacciarli insieme ai giudici.
Non si può dire certo quindi che la sezione penale del Tribunale sia nata sotto una buona stella, ma vedere amministrare la giustizia e celebrare i processi in quelle condizioni, per strada, sotto un sole cocente di una tendopoli nella quale cani randagi fanno i loro bisogni, francamente è qualcosa che non avrei mai immaginato.
Più che un’aula di tribunale l’ambiente ha tutte le sembianze di un campo profughi allestito nel terzo mondo, di quelli che piacciono tanto al neo ministro degli interni Salvini.
Nel frattempo, il nuovo governo ha inviato il Ministro della Giustizia a fare le solite promesse.
Mi auguro che il ”cambiamento” questa volta non riguardi solo il culo di chi si siede sulle poltrone che contano.
Staremo a vedere.
Nel frattempo munitevi di mascherina, paletta e busta per raccogliere gli s… dei cani.

“Lo vuoi un caffè?” chiede quello
“Se mi procuri un permesso di soggiorno” risponde l’altro

lunedì 7 maggio 2018

Lo vuoi un caffé? # 430- Revolution!

Arzach photo

Per chi non lo avesse ancora capito intorno a noi e in corso una rivoluzione epocale, quella informatica, che coinvolge tutto quello che conosciamo così come lo conosciamo. Siamo nel centro di un gigantesco vortice che attrae verso il suo centro tutte le nostre certezze, i nostri modi di fare, le nostre conoscenze, le nostre modalità di stare al mondo, le frulla e le proietta nel prossimo futuro, completamente cambiate, diverse, aliene…
Deve essere per questo che ho cominciato a considerare la signora D., non come la rompicoglioni che effettivamente è, ma come l’ambasciatrice del nostro prossimo futuro.
La signora, come le testo è così calata nel suo ruolo di annunciatrice del futuro, da pensare che tutti siano diventati dei rompicoglioni che pensano di poter chiamare chiunque, in qualunque momento, ovunque si trovino, con qualunque mezzo a disposizione come se, completamente calati nei meccanismi della globalizzazione, tutti avessero l’obbligo di essere sempre disponibili a risolvere i suoi problemi all’istante.
Il suo messaggio, perfettamente sincronizzato con la mia idea di tornare presto a casa, mi giunge sul telefonino esattamente due minuti prima di uscire dallo studio.
Ovviamente poiché nel futuro la grammatica italiana è una semplice opinione, ci metto un po’ per decifrarlo e a capire cosa sta cercando di spiegarmi.
Nel messaggio si parla, confusamente, di una transazione che avrebbe avuto luogo tra la mia cliente e un imprecisato , sconosciuto, contraente a proposito della locazione di un immobile. Quest’ultimo, dopo essersi impegnato ad affittare l’immobile alla mia cliente e dopo aver ottenuto il pagamento della cauzione da parte di quest'ultima  è scomparso e, testualmente, “… E adesso la casa non si trova più”.
Al di là del fatto che prima di tutto mi piacerebbe sapere dove diavolo è andato a finire un palazzo di cinque piani e, soprattutto, come ha fatto sparire senza che nessuno se ne accorgesse o avesse il minimo sospetto di quanto stava accadendo, per congratularmi con gli autori dell’impresa, credo che sia il caso di fissare un incontro in studio e procurarsi uno straccio di documento dal quale iniziare con un minimo di serenità lo studio della questione prima di proporre a chicchessia una qualsiasi soluzione.
Pertanto telefonicamente contatto la mia cliente e le fisso un appuntamento per il prossimo pomeriggio in maniera tale da poter studiare la documentazione in suo possesso e decidere il da farsi.
La tipa, mi ascolta silenziosamente poi annuisce con foga alla mia richiesta di recare con sé il documento che lo sconosciuto le avrebbe firmato quando gli ha consegnato i soldi e mi risponde: “Non si preoccupi avvocato adesso scatto una foto col cellulare al documento e lo invio così può fare tutto e poi mi fa sapere”.
……
Se parlassi con il muro che ho di fronte probabilmente otterrei maggiori citati.


“Lo vuoi un caffè?”- chiede quello.
“Che non sia una foto”-risponde l’altro.

mercoledì 2 maggio 2018

Lo vuoi un caffè? # 429 - Gnam! ,Gnam!

Arzach photo


Devo aver bevuto troppo…
Le palpebre sono pesanti, gli occhi tendono a chiudersi mentre il nostro ospite ci magnifica le capacità culinarie dello chef di questo ristorante sul mare nel quale ci ha portati a festeggiare il buon esito della sua causa con un pranzo a base di pesce: polpette di baccalà fritto, orata al sale, gamberoni arrosto e frittura mista. Il tutto innaffiato con dell’ottimo vino bianco, con tanto vino bianco…
Di fronte a me M. annuisce col capo alle parole del nostro ospite. Gli occhi vitrei e il sorriso un po’ ebete disegnato sulle labbra mi fanno capire chiaramente che anche lui ci ha dato dentro con il vino. L’unico che sembra ancora in grado di connettersi con la realtà e L. che, nell’attesa di accompagnarci a casa, si protende in avanti e rosso in viso, sbriciola tra le mani un altro pezzo di pane.
Il nostro cliente continua il suo sproloquio, adesso è passato a raccontarci di quando da ragazzo andava con lo zio a pesca di polpi con la lampara. Tra un po’, conoscendolo, comincerà a raccontarci di quando imbarcato su una baleniera e pescava con le mani i capodogli nel Mare del Nord.
Le sue parole, insieme con il fruscio di sottofondo del locale, mi fanno pensare attraverso quanti pranzi, cene e colazioni sono passato nella mia carriera professionale per arrivare a sedermi a questo tavolo in riva al mare in questa magnifica giornata di inizio primavera.
Gli inizi, come per tutti, sono stati il periodo più difficoltoso. Ricordo ancora quando, praticante appena agli inizi, tornando a casa nel pomeriggio direttamente dall’udienza, della quale non avevo capito nulla o nella migliore delle ipotesi avevo solo intuito qualcosa, trovavo sul tavolo della cucina, in casa dei miei genitori, un piatto, ormai freddo, che mi aspettava silente racchiuso come in una conchiglia.
Al suo interno, una massa informe, mesozoica, di pasta, mi attendeva paziente, in agguato.
Ancora adesso, nei miei incubi causati da una cattiva digestione, immagino di veder sbucare una creatura enorme, preistorica, che diventa sempre più grande fagocitando tutto quanto le sta intorno.
Devo dire che almeno una volta ho pensato essere un vero peccato non avere avuto un simile essere a disposizione la sera in cui il capo, ritornato nel tardo pomeriggio da una interminabile udienza penale, apparve nel vano della porta con un fascicolo in mano che non prometteva niente di buono. E puntando gli occhi sul sottoscritto e sulla altrettanto sfigata collega ci chiedeva, meglio ci ordinava, di redigere in fretta un atto entro il giorno successivo, meglio entro la mattina del giorno successivo, data di scadenza dello stesso. E come se nulla fosse ci salutava lasciandoci, come dire… In un mare di materia organica, e andava via.
Io e la mia collega, verde in volto come i fosfori dello schermo dell’antiquato computer di studio, ci mettevamo subito all’opera nel tentativo di produrre qualcosa di coerente con il nostro sistema giudiziario per la mattina successiva quando il capo sarebbe passato, a suo dire, a controllare il tutto e avrebbe provveduto a depositare il documento in tribunale. Dopo due ore di lavoro, non molto fruttuoso in vero, un certo appetito si impossessò di noi. Pensammo allora di ordinare una pizza come cena. Il ricordo più vivo che mi rimane di quella serata e l’immagine della collega che apparecchia la scrivania nostra stanza utilizzando i fogli protocollo custoditi nel cassetto.
Del praticantato ricordo ancora qualche cena con gli altri schiavi di studio a casa dell’uno o dell’altro o di qualche fidanzato delle colleghe o delle segretarie. In particolare ricordo una cena etnica, indiana se non sbaglio, preparata dall’altrettanto appetitosa sorella ventenne della nostra segretaria. Inutile dire che noi maschietti avremmo preferito assaggiare non le pur ottime pietanze vegetariane ma la tenera carne della ignara fanciulla.
Tempo dopo, ormai superato l’esame di abilitazione, avevo cominciato a collaborare con uno studio in città dove facevamo orario continuato dalle nove del mattino alle 10 della sera, con un breve intervallo per il pranzo.
Ricordo ancora le mie passeggiate nel centro città deserto del primo pomeriggio per recarmi nell’unica salumeria aperta della zona per ordinare uno dei famosi panini da “muratore” -pane fresco, mozzarella di bufala, prosciutto crudo.
Il piacere consisteva nell’entrare nel locale e rivolgersi al titolare-un omone un po’ sovrappeso, capelli bianchi, occhiali dalla montatura dorata-per salutarlo, ordinare il “solito” e vederlo preparare con le sue mani grassocce la meraviglia di cui sopra. Il tutto ovviamente senza che lui cambiasse espressione, anzi mantenendo un’espressione  scocciata sul viso, quasi fossi andato lì per disturbarlo da chissà quali importanti pensieri.
In realtà non era un maleducato ma semplicemente soppesava e attribuiva un valore diverso e una attenzione personalizzata a ciascuno dei suoi clienti sulla base delle informazioni che usciva raccogliere su ognuno di loro.
Il pasto veniva, poi, consumato nel magazzino sul retro insieme agli impiegati della banca di fronte, tutti tipi molto silenziosi, ingessati nei loro completi in tre pezzi e accomunati al sottoscritto dalla schiavitù degli orari.
Sempre in quel periodo, con C. uno dei miei compagni di sventura, avevo preso l’abitudine di andare a prendere il caffè e un dolcino alla pasticceria siciliana che si trovava sul corso, non solo perché la pasticceria li era ottima-cassata siciliana, cannoli, cioccolata calda di alta qualità-ma anche perché le cameriere erano tutte davvero molto, ma molto, carine.
Dopo quel periodo sono stati ancora pranzi con i colleghi e i clienti, colazioni di lavoro e cene di studio nelle quali il capo, alzando il calice al cielo, brindava all’ottimo fatturato raggiunto dallo studio nell’anno appena concluso e si augurava un miglioramento dello stesso per l’anno a venire. Ovviamente delle nostre retribuzioni e percentuali da fame non si parlava affatto.
Per fortuna arrivava l’estate, la bella stagione, e quindi si potevano invitare a cena le colleghe o le praticanti conosciute durante l’inverno. Il luogo del misfatto era sempre, data anche la stagione, in riva al mare se non, più romanticamente, direttamente sugli scogli. Ovviamente anche qui ognuno aveva il suo locale preferito. Nel mio preparavano degli ottimi cavatelli ai frutti di mare, fatti in casa; una portata che devo dire non ha mai tradito le aspettative anche quando veniva abbinata in maniera non proprio ortodossa a un vino rosso della zona, necessario per ammorbidire e possibilmente scardinare le difese della interlocutrice di turno.
Negli ultimi tempi andava di moda l’etnico, il giapponese in primis, per la gioia del sottoscritto che poteva far mostra della sua conoscenza – in gran parte inventata- della cucina nipponica.
“Che fai dormi?” - mi scuote L. dai miei pensieri.
“Forse ho bevuto troppo, che ne dite andiamo a prendere un caffè al bar qui dietro? ”- chiedo.
“Ad un caffè non si dice mai di no”- sentenzia il cliente, che sarà l’unico a passare davanti ai pescatori giù al porto, senza dover giustificare a nessuno il fatto di camminare barcollando.

“Lo vuoi un caffè?” – chiede quello.
“Magari dopo , quando mi sarò ripreso”- risponde l’altro.

martedì 10 aprile 2018

Lo vuoi un caffè? # 428 - Mani in pasta


Arzach photo

Luglio.
Il caldo torrido cuoce l’asfalto nelle strade e fa tremare l’aria. 
Con il collega V. affrontiamo la calura tropicale per recarsi al bar nei pressi del tribunale, un’oasi di frescura e di aria condizionata. 
Esausti per la traversata ci sediamo al banco per il nostro meritato caffè. 
Ci rendiamo subito conto che  il centro della attenzione del locale è rappresentato dalla coppia che siede al banco sorseggiando  una bibita fresca e mangiando noccioline salate da una coppetta.
Lui, cosciente di essere l’oggetto delle attenzioni voluttuose della vistosa collega , ingessato nel suo completo di lino bianco con cravatta in tinta, sorbisce con invidiabile aplomb la sua bibita a piccoli sorsi annuendo di tanto in tanto alle parole del "femminone" che  gli siede di fronte.
Lei, arroccata in cima al suo sgabello e strizzata in un vestito talmente corto e aderente da lasciare ben poco spazio all’immaginazione dei presenti, si protende in avanti esibendo un’ampia visione delle sue abbronzate rotondità che fanno capolino da un altrettanto ampia scollatura dalla quale spunta un lembo in pizzo del suo reggiseno sul quale è fissato lo sguardo allucinato del barista che, dietro il banco, asciuga da cinque minuti lo stesso bicchiere.
Lui, continuando a bere a piccoli sorsi la sua bevanda finge di non rendersi conto delle attenzioni della sua interlocutrice e continua ad ostentare una invidiabile, britannica, tranquillità.
Lei però non si dà per vinta e continua contemporaneamente a parlare e a masticare noccioline spruzzando di tanto in tanto di briciole il suo ampio decolletè che spazza con noncuranza con la mano ingioiellata causando dei momentanei principi di infarto all’ormai imbambolato barista.
I motivi geometrici sul suo vestito faticano a rimanere fermi e ancorati al tessuto scivoloso a causa dei suoi continui movimenti. 
Sembra quasi che, da un momento all’altro, la tipa debba sgusciar fuori dal suo abito come dentifricio da un tubetto strizzato erroneamente. 
Il barista, peraltro non senza ragione, sembra quasi che non aspetti altro, come del resto buona parte della popolazione maschile presente nel locale.
Incuriosito dalla situazione cerco di capire di cosa stiano parlando e aguzzo pertanto l’udito.
Lei a quanto comprendo, sta raccontando al malcapitato collega le sue ultime avventure giudiziarie, in particolare dell’ultimo procedimento seguito in materia di famiglia, nel quale rappresenta il marito. Poiché parla con una foga degna di miglior causa, ad un certo punto, come tutti coloro che cercano di fare colpo su qualcuno, inciampa nelle parole e distintamente se ne viene fuori con un icastico : ".... da quando l’ho preso in mano lui è molto più sereno e contento”.
Prima che qualcuno possa reagire il barista riemerge dal suo stato comatoso e risponde,tenuto conto della situazione,  nell’ unico modo possibile: "Beato lui!" . 
Il mio collega nebulizza il suo caffè prima di cadere in terra violaceo colpito da un irrefrenabile  attacco di tosse.

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello 
"Non ora, grazie! Adesso ho le mani occupate" - risponde l'altro

giovedì 15 marzo 2018

Musica - Socialdemocrazia - Gang


                                                                                   

 Profilo 
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                                                                                   Benvenuti a terra
con un foglio di via

ne paradiso socialdemocrazia.

Qui niente più scioperi

né opposizione

tutti d’accordo

Superproduzione.

Terra di eroi e santi senza peccato

di mafia P2 e stragi di stato
il futuro l’hanno già programmato
Non ci saranno guai.
Sotto controllo
l’informazione
parola d’ordine
Omologazione.
Qui l’aria è pesante
sa di proibizionismo
la protesta è scoppiata
lega e qualunquismo.
Terra di eroi e santi senza peccato
di mafia P2 e stragi di stato
il futuro l’hanno già consegnato
Non ci saranno guai.
Il futuro l’hanno già programmato
Non ci saranno guai.
Qui ce n’è per tutti
leggi e carceri speciali
comunità riformatori
manicomi criminali.
Qui son tutti uguali
liberi di consumare
e se hai qualche problema
ti puoi sempre ammazzare.
Terra di eroi e santi senza peccato
di mafia P2 e stragi di stato
il futuro è stato rubato
Ci saranno guai
il futuro lo abbiamo salvato
Ci saranno guai
il futuro non è ancora scritto
Ci saranno guai
il futuro nostro è
di sicuro
Ci saranno guai.


Socialdemocrazia
Le radici e le ali - 1991
Gang

giovedì 1 marzo 2018

Lo vuoi un caffè? #427 - Le dimensioni? Contano!



Ogni udienza ha la sua colonna sonora.
Una colonna sonora composta dal chiacchiericcio sommesso di decine di persone che approfittano dell' attesa per scambiarsi opinioni, per spettegolare sui colleghi e sui clienti, per raccontarsi le ultime prodezze dei propri praticanti e via dicendo.
Si crea una trama sonora che varia da udienza ad udienza nella quale si aprono improvvisi squarci di silenzio nei quali talvolta  finisce bloccata una frase che, estrapolata dal suo contesto, finisce per essere interpretata in maniera arbitraria.
Il collega C. all'improvviso solleva il capo dal verbale di udienza che sta completando con gli occhi sgranati e si gira verso le due colleghe sorridenti che cicaleggiano alle sue spalle le quali stupite di tanta ravvicinata attenzione lo guardano leggermente preoccupate.
Una delle due, ad un certo punto si vede chiaramente fare un gesto interrogativo con la mano all'indirizzo del collega . Il labiale è inequivocabile:"Cazzo vuoi?"
In un improvviso momento di silenzio si è udita chiaramente la frase: "E' da quando ero piccola che li prendo di tutte le  dimensioni". pronunciata da una delle due colleghe di cui sopra .
Poichè le due tipe non sono niente male e in particolare la bruna tostata dai raggi del lettino abbronzante che ha anche una scollatura da applauso a scena aperta, tutti i presenti hanno scommesso sulla sua grande disponibilità e "generosità" .
In un ambiente maschilista come quello del tribunale non poteva che essere così .
In realtà ho l'impressione che le cose stiano un po' diversamente. Chiedo all'imperturbabile avvocato P. che siede accanto al collega C. di cosa stessero parlando in realtà le due vistose colleghe ,
" Niente, cose di femmine. Stevn a parlà di parrucchieri, maschi...le solite cose" - mi risponde P. - "Una della due si veste sempre come se dovesse andare in discoteca invece che venire in tribunale si mette sempre degli orecchini enormi come quelli che stava facendo vedere a quella sgallettata della sua amica.
tutto qui"

"Lo vuoi un caffè?"- Chiede quello.
"Non molto grande, stamattina non ce la farei proprio" - risponde l'altro.

martedì 27 febbraio 2018

Lo vuoi un caffè? #426 - Un arringa è per sempre.





Il telefono squilla, è L. il mio collega penalista.
Siamo impegnati in una causa penale da affrontare domani: “Tutto bene?” chiedo.
“Diciamo di sì - risponde lui - se non fosse per i clienti che ti chiamano nei momenti più impensabili e con le scuse più assurde e le segretarie che te li passano anche se hai detto loro di dire che non ci sei.”
“Che cosa è successo ?” chiedo ancora.
“Mi ha chiamato un cliente e mi ha chiesto notizie della sua causa. Gli ho risposto che ero impegnato a preparare l’arringa per domani. Che mi risponde quello? Va bene avvocato la richiamo in un altro momento perché se sta cucinando non voglio disturbarla”.

“Lo vuoi un caffè?” chiede quello.
“Non so se sul pesce ci sta” risponde l’altro.


domenica 25 febbraio 2018

Lo vuoi un caffè? #425 - Carta canta

                                                                           Untitled
                                                                        Arzach photo
                           
L'informatizzazione sta prendendo piede anche nella nostra professione.
Da più parti la si spaccia come la panacea a tutti i mali di una professione fondata principalmente sulla carta.
Vorrei che fosse così ma guardando la fatica con la quale i due tipi nell'ufficio provano a inviare una PEC e i relativi allegati, mantengo i miei dubbi che ciò sia possibile.
Il tipo alla tastiera, fronte leggermente imperlata di sudore e lingua incastrata tra le labbra, sguardo miope concentrato sullo schermo, segue i consigli che l'altro, appollaiato alle sue spalle, gli sta dando.
Passano cinque minuti buoni e finalmente una luce illumina i loro volti. Sospiri di sollievo, sorrisi e pacche di congratulazione sulle spalle testimoniano la buona riuscita dell'impresa: la PEC è finalmente partita.
Il mio cuore si apre alla speranza: l'informatizzazione funziona! Ce la possiamo fare.
E' solo un attimo. Il tipo alla tastiera ha la faccia rabbuiata come se un pensiero gli avesse attraversato all'improvviso la mente.
Si gira verso il suo collega e gli dice: "senti, io quasi quasi una copia la faccio per l'archivio, non si sa mai."
Moriremo soffocati dalla carta. 

"Lo vuoi un caffè?" - chiede quello.
"A' la carte" - risponde l'altro.

giovedì 8 febbraio 2018

Musica - Le elezioni - Giorgio Gaber



Risultati immagini per Giorgio Gaber le elezioni testo


Generalmente mi ricordo 
una domenica di sole 
una giornata molto bella 
un'aria già primaverile 

in cui ti senti più pulito 
anche la strada è più pulita 
senza schiamazzi e senza suoni 

chissà perché non piove mai 
quando ci sono le elezioni. 

Una curiosa sensazione 
che rassomiglia un po' a un esame 
di cui non senti la paura 
ma una dolcissima emozione, 

e poi la gente per la strada 
li vedi tutti più educati 
sembrano anche un po' più buoni 

ed è più bella anche la scuola 
quando ci sono le elezioni. 

Persino nei carabinieri 
c'è un'aria più rassicurante 
ma mi ci vuole un certo sforzo 
per presentarmi con coraggio 
c'è un gran silenzio nel mio seggio 

un senso d'ordine e di pulizia. 
Democrazia! 

Mi danno in mano un paio di schede 
e una bellissima matita 
lunga, sottile, marroncina, 
perfettamente temperata 

e vado verso la cabina 
volutamente disinvolto 
per non tradire le emozioni 

e faccio un segno sul mio segno 
come son giuste le elezioni. 

È proprio vero che fa bene 
un po' di partecipazione 
con cura piego le due schede 
e guardo ancora la matita 
così perfetta è temperata... 

io quasi quasi mela porto via. 
Democrazia!


Le elezioni 
Libertà obbligatoria - 1976 
Giorgio Gaber